“Una specie di vento” di Marco Archetti

“Una specie di vento” racconta della strage di Piazza della Loggia a Brescia in un modo unico: Marco Archetti dona voce ad ognuna delle otto vittime e un superstite, facendone narrare il vissuto in prima persona. L’Autore tocca le parole con grazia speciale restituendo, ad ognuno di loro, non solo l’anima, ma la singolarità di ogni esistenza, dipingendo ritratti dinamici in cui si fondono senza forzature parabole personali e storia collettiva. La scrittura riesce a rendere con piena profondità ogni voce, è ricca di immagini originali ed emotivamente intense destinate a restare impresse e nella sua scorrevolezza possiede una linearità curata, fine, estremamente limpida. Il lettore ha l’impressione di trovarsi di fronte i protagonisti, di vedere vibrare sui loro visi ogni corda del sentire; sono monologhi trascinanti la cui forza è l’autenticità. Non importa, infatti, dove stia il confine fra biografia e romanzo, perché, pur leggendo storie a tratti anche intime e personali, si prova una fortissima comunanza emotiva con i protagonisti, una sorta di spirito d’umana appartenenza. Tutti i personaggi nelle loro azioni e scelte si muovono sulla luminosa spinta degli ideali, gli stessi che li faranno confluire al corteo antifascista del 28 maggio 1974, laddove li attende il comune tragico destino. Il tempo, nei loro racconti è un perno che attraversa, riavvolge, mischia, senza ordine che non sia quello dettato dai sentimenti; un tempo che si scardina quasi per ingannarlo, per non permettergli di giungere al crudele epilogo.

Dai questi racconti incrociati emerge un collage caleidoscopico, attraverso cui l’ Autore riesce a comporre un affresco completo del quadro socio-politico dell’epoca che ne permette una chiara comprensione, senza mai risultare pesante come una ricostruzione storica; tutte le vittime, infatti, indipendentemente da mestiere e classe sociale, prima ancora che in Piazza della Loggia, si ritrovano nella profonda esigenza di cambiamento di quegli anni.

Una menzione a parte meritano i segmenti in cui a parlare è Redento Peroni, 84 anni, superstite della strage: il suo monologo è reso in forma di lettera ai giovani nipoti ed è diviso in più parti, un fil rouge che accompagna il lettore fra una voce e l’altra delle vittime. Redento attraversa il tempo con più linearità degli altri, perché la sua vita è stata nettamente divisa in due il giorno della bomba: è lui che conduce il lettore nell’inferno di quella mattina raccontando la strage che lo condannerà, per i decenni successivi, a vagare fra le macerie di quei ricordi che gli sfregeranno la vita. Redento non è solo sopravvissuto, ma testimone anche dell’altro orrore: quello dell’infinita odissea giudiziaria, costellata di depistaggi e sentenze contrastanti, durata 43 anni prima di dare nome ai responsabili della mattanza. La sua voce ci narra le indagini, le attese, l’infinita voglia di giustizia, le puntuali delusioni, il calvario personale, il senso di colpa del superstite con una dolcezza e semplicità disarmanti, con una pulizia morale tale che lo si vorrebbe abbracciare e ringraziare per aver accettato di attraversare le sue tenebre per portarci la luce della testimonianza, dell’ostinato impegno civile.

“Una specie di vento” è un libro assolutamente riuscito, un perfetto equilibrio fra romanzo e racconto storico in cui niente è retorico e che, soprattutto, riesce nell’impresa di raccontare una tragedia parlando di vita, strappando i nomi delle vittime alla freddezza di un elenco, restituendo loro la propria storia e permettendo a noi di conoscerle nella pienezza di persone.