“Il corpo” di Giorgio Montefoschi

Giorgio Montefoschi scrive un romanzo singolare, prettamente fatto di dialoghi, un libro in cui la vita scorre sempre uguale a se stessa in una calma fatta di apparente torpore, ma che in realtà cela profondi, a volte torbidi, turbamenti esistenziali dei suoi personaggi. Paradossalmente, nonostante i continui e ben scritti scambi verbali, questa vicenda è il trionfo dell’incomunicabilità, più che voluta e scelta, vissuta come condizione intrinseca e inevitabile dei rapporti umani, sia che si stia parlando di relazioni coniugali, genitoriali, tra fratelli o amorose.

Il tema di fondo è l’età dai 55 ai 60: i suoi mutamenti obbligati e il loro stridente contrasto con uno smanioso desiderio d’emozione, evasione, passione, una divorante voglia di vivere. Ci sfilano davanti condizioni opposte: il decorso lungo e sfinente una malattia che rinnova e conferma un lungo legame matrimoniale e poi la vicenda principale: un’attrazione proibita, scomoda, inappropriata, segreta che mina un altro matrimonio pluridecennale e gli equilibri di una famiglia intera. Il corpo che invecchia, che sabota, che desidera, che implode su stesso; il corpo ostaggio della mente con le sue eterne ed amare insoddisfazioni: questo vivrà Giovanni, il protagonista, letteralmente, è proprio il caso di dire, sulla sua pelle.

Montefoschi usa uno stile lineare, asciutto, che fa pensare ad un testo per messa in scena teatrale; la sua abilità emerge in pennellate eleganti, evocative, profumate che dipingono un paesaggio, un bagliore o una tenebra interiore dei suoi personaggi o un loro gesto. Merita una menzione particolare l’ambientazione del romanzo che l’Autore eleva a  coprotagonista: Roma incornicia, con una bellezza decadente e sorniona, il dipanarsi della trama,  ne cadenza il ritmo e diventa testimone, compagna e  parte integrante della grana umana dei protagonisti, quasi incarnandone i tormenti.

Lascia interdetti l’opacità del finale ma, dopo aver smaltito lo spiazzamento, si realizza che è coerente con personaggi che tengono per sè la natura della loro anima, celandola volutamente senza mai parlarsi per davvero: la conseguenza è una misera e ripetuta mediocrità delle relazioni celata da una vuota apparenza che lascia un profondo retrogusto di sconforto nel lettore.