Muori Milano muori di Gianni Miraglia

La vicenda di Andrea, 47 anni, vita regolare ed anonima fino al licenziamento, figlio della crisi di questi nostri anni. Da qui, l’inizio di una rapida discesa senza fondo che stravolgerà prima il suo status sociale, e poi, ancora più profondamente, la sua natura di uomo.

Il libro si muove su due binari paralleli: da una parte l’imminente avvento di Expo 2015 (tanto che i capitoli sono scanditi da un conto alla rovescia che separa dall’evento): la corsa della città al dare di sè un’immagine vincente, la produttività coniugata al bello; dall’altra, l’opposta parabola di Andrea e di coloro che vivono situazioni drammatiche simili alla sua. Due veloci movimenti speculari nel tempo ma di inverse direzioni, realtà agli antipodi destinate ad incrociarsi,condividendo spesso gli stessi spazi, ma che mai si guardano negli occhi: il mondo dei cossidetti “giusti/regolari” a ignorare, sopportare con fastidio insofferente quello dei reietti.

La storia di Andrea è specchio di un disagio sociale crescente, la prova che non bastano anni produttivi, inquadrati nei schemi sociali, a ripararti dal disastro: la linea di confine può d’improvviso farsi sottile e tremendamente mobile, sbattendoti oltre impreparato e sgomento. Da quel momento c’è una sola discriminante fra persone: la reazione agli eventi avversi. L’approccio di Andrea è fatto di amara e inerme consapevolezza: sa di stare affondando, ma non si oppone al moto dell’acqua, cerca soltanto di rallentarne la forza per rimandare al massino l’inevitabile epilogo. Diverso quello di Pietro Koch, seconda figura principale nel racconto, che lotta con ogni mezzo, la rabbia trasformata in proposito, inventa occasioni, mestieri come appigli concreti per cavalcare l’onda sfavorevole senza farsene travolgere. Il graduale dipanarsi della vicenda ci mostrerà che, indipendentemente dal modo di rapportarsi alla nuova realtà, per i due l’approdo sarà lo stesso a riprova che non c’è lieto fine per chi varca la linea dell’accettabile e del socialmente “utile” ed è la società “sana” ad emettere, perpetuare, eseguire la condanna semplicemente tramite la sua stessa, cieca e ferrea, esistenza.

La scrittura di Miraglia è particolare: periodi brevi, semplici, netti come rasoiate, tanto che a volte si ha l’impressione di una narrazione “scattosa”, mai veramente fluida da farsi trasparente e risucchiare nel racconto. Nel complesso il libro si fa leggere, la sinossi nel risvolto di copertina crea aspettative di una trama più dinamica e più improntata su un futurismo politico-sociale, ma siamo comunque di fronte ad un testo assai originale è significativo nell’ottica di una riflessione sulle estreme conseguenze che i mutamenti prodotti dalla crisi economica globale possono e potrebbero portare nella vita concreta di ognuno. Miraglia realizza un racconto coraggioso perché, parlando degli ultimi, sfida la ritrosia e la voglia di rimozione che troppo spesso ci impediscono di guardare a questa realtà, facendoci capire quanto ci sia contigua e come in essa abiti un tratto umano forte: sensibilità fragili, rotte, scheggiate in cui però domina un pensare al plurale fatto di solidarietà ed appartenenza. Da leggere per riflettere e soprattutto guardare a ciò che consideriamo “normalità” da un punto di vista differente: il vero bene sta davvero nell’ invidualismo esasperato ben visto solo perché produttivo?!