Marisa ha trentadue anni, vive a Madrid e da otto lavora in un’agenzia pubblicitaria come creativa. Sviluppa un enorme disagio psicologico ed esistenziale: si sente prigioniera di una vita artificiale, il lavoro causa il suo fagocitante malessere.

La donna vive indossando una maschera: ha imparato a “giocare all’ufficio”, isolando dinamiche produttive e altrui aspettative, simula interesse ed efficienza. In realtà spesso ricorre a stratagemmi per portare a termine i progetti e passa il tempo in ufficio a guardare video su YouTube. Marisa soffre di attacchi di panico e sviluppa una dipendenza per gli ansiolitici. Il motivo è la necessità di evasione e insieme di un mezzo per cercare di reggere il quotidiano.

Tutto nella sua vita è privo di autenticità: si muove in non-luoghi e vive non-rapporti. Il lavoro è una necessità e mimetizzarsi può significare perdere irrimediabilmente se stessi. Due personaggi femminili dai tratti diametralmente opposti, ma accomunati dalla ribellione al sistema, saranno un appiglio per la protagonista, mentre altre due donne faranno da contraltare incarnandolo tenacemente.

“Lo scontento” mette in scena una vicenda individuale come denuncia della pervasività infetta del lavoro nelle nostre vite prodotta da un capitalismo smodato che richiede produttività e performance continue.
Il romanzo disegna il vuoto plastico di tutto ciò: gli incarichi rivestiti di titoli pomposi ma privi di sostanza, le relazioni umane cave fra colleghi, fatte di luoghi comuni e inutile competizione, le ipocrisie, le falsità, la solidarietà inesistente. E poi, le pressioni sociali su una posizione da raggiungere in fretta dopo l’università, con le autentiche passioni sacrificate al mito della realizzazione concreta, ossia quella che permetta di essere consumatori attivi. Insomma: l’abdicazione della varietà del singolo all’omologazione richiesta dal produrre, il farsi ingranaggio trasparente e spersonalizzato che sia standard sul lavoro così come nel tempo libero e nelle ambizioni di realizzazione sentimentale. Chi non si conforma è bollato come perdente,

Il libro è una discesa agli inferi nell’abisso di Marisa, ma la sua voce in prima persona è dotata di una grande ironia: amara, tagliente, urticante. Straborda dalla pagina e, insieme al tratto contemporaneo della storia, è il grande pregio del romanzo.
Serrano ha uno stile fresco e irriverente che si esprime in un crescendo tragicomico della trama (in cui non ha timore a rilanciare di continuo la posta in gioco) e che esploderà in un finale coerente (tutto da leggere).

Scheda: “Lo scontento” di Beatriz Serrano, titolo originale “El descontento”, traduzione di Federica Niola, Einaudi Editore, aprile 2026, pagine 224, euro 18,50.