“Avere tutto” di Marco Missiroli

Un figlio ritorna nella sua città di origine, Rimini, nella casa del padre. Trova un rapporto fatto di reciproci non detti, liso da distanze e silenzi cresciuti negli anni. 

La vita, però, attraverso i comuni ricordi passati e due difficili asperità (una da attraversare, l’altra da disinnescare) farà ritrovare loro non solo la relazione, ma anche il senso più profondo del vivere. Quell’essenza che tiene insieme tutto e va oltre i ruoli di padre e figlio, fondendoli nella consapevolezza di essere semplicemente uomini privi di difese davanti ai crocevia decisivi dell’esistenza.

Un libro che ho amato moltissimo, fra i migliori (e non esagero) abbia letto. Lo stile di Missiroli è netto, rapido, luminoso: il racconto è composto da frammenti, quadri, temporalmente distanti fra loro ma incastrati con estrema linearità, così l’amalgama, sia narrativa che emotiva, è riuscitissima. Una parola in più stonerebbe. Ogni parte è dosata alla perfezione e regala al lettore un flusso narrativo naturale che diventa immagine, azione chiara, cristallina, coinvolgente. 

Dentro ad “Avere tutto” c’è dannatamente tanto; anche perché, cosa rarissima, parla anche per non detti (o meglio: non scritti). Ci sono traiettorie di pensiero, di senso, di percepito che scorrono attraverso un sottotesto della pagina. Esso è chiaro e percepibile dal lettore tanto quanto il racconto scritto. Un incanto che ad uno scrittore riesce solo quando mette insieme un’opera totalmente equilibrata. 

Ovviamente, anche i personaggi e i loro rapporti sono destinati a rimanere: su tutti, segnalo quello fra Nando e Caterina, i genitori del protagonista. Resta nel cuore perché, proprio come il libro nel suo insieme, ha tratti genuinamente autentici

Menzione a parte merita come sia resa Rimini: è più che un’ambientazione, una presenza che ogni vissuto abbraccia ed avvolge permeandolo della sua stessa sostanza. 

Questo romanzo non racconta una storia fuori dal comune, ma che la rende straordinaria per l’estrema verità, onestà con cui mette in scena la vita, appunto, ordinaria. Il modo in cui a volte si cade nelle situazioni, come ci si appicchino addosso, nel bene quanto nel male. Non è messo in scena un viaggio epico, ma uno in cui il perdersi è parte indispensabile e in cui il coraggio di ritornare, di ritrovarsi, letteralmente in ogni senso, è il vero spartiacque. 

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